Monster lizzie borden recensione: la nuova serie supera e sorprende fino all’ultimo episodio
La Storia di Lizzie Borden porta Monster nell’America ottocentesca per raccontare uno dei casi criminali più controversi della storia. La quarta stagione conserva alcuni tratti distintivi della serie, ma li inserisce in una narrazione discontinua, poco incisiva e incapace di valorizzare pienamente la figura centrale. Tra atmosfera teatrale, omicidi dalla forte componente spettacolare e deviazioni interpretative, il racconto alterna intuizioni interessanti e debolezze ormai evidenti.
La storia di Lizzie Borden e il caso degli omicidi
La vicenda segue Lizzie Borden, interpretata da Ella Beatty, nei mesi che precedono l’uccisione del padre Andrew, affidato a Charlie Hunnam, e della matrigna Abby, interpretata da Rebecca Hall. Il caso, ambientato nel diciannovesimo secolo, sconvolse un’intera comunità e divenne uno degli episodi di cronaca nera più influenti del periodo.
La serie non punta a una ricostruzione documentaristica rigorosa, ma utilizza la vicenda come base per una rilettura drammatizzata delle teorie legate a Lizzie Borden. Il risultato dipende quindi dalla solidità della finzione, dalla capacità di costruire tensione e dall’efficacia con cui vengono rappresentati il macabro e le zone più oscure della mente umana.
La protagonista di Monster resta ai margini
Il principale problema della stagione riguarda proprio il ruolo di Lizzie. Nonostante il suo nome sia al centro del titolo, la protagonista appare spesso marginale rispetto agli eventi e, in alcuni episodi, la sua presenza si riduce al minimo. Le motivazioni e le modalità degli omicidi vengono rese comprensibili già dall’episodio iniziale, senza sviluppi capaci di introdurre ambiguità, sorprese o trasformazioni significative.
La forza motrice del racconto diventa così Bridget, chiamata anche Maggie, la domestica della famiglia Borden interpretata da Vicky Krieps. Il legame profondo che si crea tra lei e Lizzie occupa gran parte della stagione e sposta il baricentro emotivo lontano dalla figura che dovrebbe rappresentare il fulcro della storia.
Questa scelta indebolisce uno degli elementi caratteristici di Monster: il fascino inquietante esercitato dai suoi protagonisti criminali. La stagione precedente riusciva ancora a mantenere una presenza disturbante attraverso Ed Gein, anche grazie all’interpretazione di Charlie Hunnam. Nel caso di Lizzie, invece, il lato oscuro viene soltanto suggerito, senza essere esplorato con sufficiente profondità.
La scrittura di Monster tra noia e messaggi ideologici
La narrazione procede in modo lineare e raramente costruisce un vero mistero. L’assenza di intrigo rende la stagione poco coinvolgente e porta la sceneggiatura verso una dimensione superficiale e prevedibile. Una serie conosciuta per la rappresentazione esplicita della violenza e dell’orrore sembra qui trattenersi, come se fosse diventata prudente nei confronti della propria natura.
Le numerose deviazioni narrative includono un’altra serial killer, fortemente affascinata da Lizzie Borden. Questa sottotrama ripropone una riflessione sulla rabbia femminile e sulle restrizioni imposte alle donne da norme sociali e patriarcali. Il tema viene presentato come una denuncia della condizione femminile e della ribellione contro un sistema fondato sull’obbedienza.
Lizzie Borden tra spiegazione e giustificazione
Il problema non risiede nel messaggio, ma nel modo in cui viene inserito nella storia. Lizzie, che nella serie è responsabile di omicidi, viene progressivamente trasformata in una figura di emancipazione e quasi in un simbolo di giustizia sociale. Il confine tra comprendere le cause di un crimine e giustificarlo diventa così sempre più incerto.
La rappresentazione segue una direzione già emersa nella stagione dedicata a Ed Gein, dove un assassino responsabile di pratiche estremamente violente veniva descritto soprattutto come un individuo introverso e vittima della propria schizofrenia. Anche Lizzie perde parte della sua dimensione criminale per assumere un’immagine quasi eroica, come se la sua violenza fosse inserita in un percorso di modernizzazione della società.
Il risultato appare eccessivamente sbilanciato: la protagonista viene elevata a icona di emancipazione con una trasformazione che attenua troppo la gravità dei suoi gesti. La denuncia sociale finisce così per prevalere sulla complessità del personaggio e sul fascino oscuro che dovrebbe sostenere l’intera stagione.
La messa in scena nella casa dei Borden
Tra gli aspetti più riusciti spiccano le sequenze ambientate nella casa della famiglia Borden. Gli episodi costruiscono un’atmosfera caratterizzata da un evidente sottotesto teatrale: le porte sembrano sipari, la recitazione assume toni volutamente sopra le righe e i dialoghi ricorrono a espressioni ricercate, tempi insoliti e una certa esuberanza.
Anche l’umorismo fisico, con momenti vicini allo slapstick, contribuisce a creare una personalità specifica. Regia, scenografie e interpretazioni lavorano insieme per dare alla casa una dimensione quasi isolata dal resto del mondo. Questa cura formale introduce un’impronta autoriale riconoscibile e rende alcune parti della stagione più originali rispetto alla struttura narrativa generale.
Gli omicidi e il ritorno del lato macabro
Le sequenze degli omicidi rimangono tra gli elementi più efficaci. La violenza conserva una componente catartica e spettacolare, soprattutto nella morte di Andrew Borden, arricchita da un tocco soprannaturale capace di suscitare anche una reazione emotiva inattesa.
In questi momenti riemerge il nucleo più autentico di Monster, quello legato al desiderio di inquietare e sorprendere attraverso la rappresentazione del male. La componente macabra è ancora presente, ma viene sommersa da scelte narrative poco equilibrate, deviazioni eccessive e una caratterizzazione incompleta della protagonista.
La stagione conserva quindi alcuni lampi di energia, ma non riesce a raggiungere la forza dei momenti più riusciti della serie. L’efficacia dell’esordio dedicato a Dahmer e l’intensità del quinto episodio dedicato a Lyle ed Erik Menendez appaiono ormai distanti. La Storia di Lizzie Borden mostra ancora un’identità visiva e una certa capacità di colpire, ma il racconto perde spesso di vista il proprio centro.
La storia di Lizzie Borden: personaggi principali
La stagione ruota attorno a una famiglia segnata dalla violenza, a una domestica legata profondamente a Lizzie e a una protagonista la cui rappresentazione oscilla tra criminale, vittima e simbolo di emancipazione.
- Ella Beatty nel ruolo di Lizzie Borden
- Charlie Hunnam nel ruolo di Andrew Borden
- Rebecca Hall nel ruolo di Abby Borden
- Vicky Krieps nel ruolo di Bridget, conosciuta anche come Maggie


